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Ecco come sarebbe la mia ragazza ideale.
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“E non chiede 50 euro come gli altri. Si vergogni”.
Sono queste le dure parole di Tonino Di Pietro nei confronti del pappone Silvio, il quale è accusato, secondo il leader dell’Italia dei Valori, oltre alle vicende di corruzione in atti giudiziari, anche di praticare prezzi troppo alti per le sue donne. Nota difatti è la notizia che Bobo Vieri si è dovuto vendere la Porsche per una notte con un’aspirante velina consigliatagli da Berlusconi.
Ma Cossiga incombe: “L’epiteto a Berlusconi è sbagliato, io l’avrei chiamato ‘pezzo di merda’. Praticare quei prezzi, è assurdo. Dovrò cedere un quinto dello stipendio finché vivo”.
Si infiamma il dibattito politico, mentre tutti gli schieramenti bi-partizan chiedono a Silvio di abbassare i prezzi, altrimenti saranno costretti a pagare la plastica alle proprie mogli.
Ci è giunto questo interessante articolo che pubblichiamo molto volentieri, spronando i nostri lettori ad inviarcene altri.
L’impurità delle donne nel periodo del ciclo é un fatto noto fin dall’antichità che trova come espressione celebre la circostanza per cui una pianta, toccata da una donna mestruata, appassisce. Ha suscitato recentemente scalpore la storia dell’albero di Lungo Po Machiavelli a Torino, già famoso per le sue foglie inspiegabilmente gialle anche d’estate, fra le cui radici emerse é stato rinvenuto un assorbente usato, rimasto evidentemente nascosto per anni alla vista dei netturbini. La cosa ha riacceso il dibattito sulla necessità di una legge che preveda l’obbligo per le donne di dare alle fiamme gli assorbenti dismessi, al fine di evitare con la loro dispersione nell’ambiente conseguenze indeterminabilmente gravi. La discussione però si é spinta oltre, toccando anche il tema dell’opportunità in ambito lavorativo di continuare a conferire alle donne stesse incarichi
di responsabilità, visto com’é noto che esse manifestano nei giorni del ciclo comportamenti imprevedibili e plausibilmente fuori controllo. Il confronto si colloca in parallelo al filone che muove dall’osservazione del filosofo Luigi del Vecchio sull’inutilità funzionale del clitoride.
”Se il piacere sessuale in un uomo é giustificato dalla necessità di erezione prima, e di un orgasmo poi che abbia potenza adeguata ai fini di uno spruzzo eiaculatorio abbondante, e che vada lontano”, dice il professor del Vecchio “appare del tutto gratuito il piacere sessuale nella donna. L’erezione del clitoride in particolare (termine scientifico del grilletto, ndr) non riveste alcuna funzione organica all’attività di fecondazione e va pertanto guardata con diffidenza e sospetto. Tanto più che il cunnilingus, che il clitoride eretto suggerisce, favorisce sovente la dispersione del seme esternamente alla donna”. Il dibattito quindi va avanti.
Unione del Pene
Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
Frenesia, frenesia.
Encefalite.
Infiammazione della membrana.
Febbre cerebrale .
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
Morrà? Impazzirà?
Mah!
Morire, pare di no…
Ma che dice? che dice?
Sempre la stessa cosa. Farnetica…
Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna era venuto con più di mezz’ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.
Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Ohé, Belluca!
Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere.
Il treno? Che treno?
- Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.
*Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
“A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, I’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima. ”
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
*Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
Magari! diceva Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita ” impossibile “, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi… c’erano gli oceani… Ie foreste…
E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…
Dal sito di Daniele Luttazzi.
Se Dio avesse voluto che credessimo in lui, sarebbe esistito.
Francesco Merlo oggi su Repubblica:
” La satira è lo sfottò. ” Bocciato.
Premesso che lo scandalo è sorto in seguito a parodie davvero
bonarie ( e questo dà la misura di quanto il Paese sia arretrato
durante i 5 anni neri di Berlusconi );
l’argomento più insidioso usato in queste ore contro la parodia
religiosa dei comici radio-televisivi è nascosto nell’intervento al Tg2
di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire:
” Credo che questa satira volgare nasconda una punta di
vigliaccheria: si bersaglia un uomo che non può difendersi per la
natura stessa della sua alta missione. Certo, i diritti della satira
sono fuori discussione, ma la satira ha anche dei doveri che si
incontrano con il diritto dei cittadini a essere rispettati nei
sentimenti più profondi. Mi chiedo se oggi c’è bisogno di una satira
che offende il paese. Ne risente il sentimento stesso della democrazia.
”
Boffo fa sfilare in parata tutti i temi frusti con cui i tromboni, da sempre, cercano di tappare la bocca alla satira.
Innanzitutto, quello della volgarità.
Poi quello della vigliaccheria.
Quello della sacralità.
Quello dei doveri.
E quello del rispetto per i sentimenti profondi dei cittadini.
( Che poi i diritti della satira siano fuori discussione, non è così
fuori discussione, in realtà, dato che Boffo è direttore di un
giornale, l’Avvenire, che nel 2001 scrisse “Ben venga la chiusura di Satyricon“. I tromboni, si sa, sono sempre molto liberali. )
Quello che sfugge a tutti i commentatori dell’ultima ora, oltre alla loro ignoranza in materia, è la natura della satira.
Tanto per cominciare, la discussione, tanto cara ai politici nostrani, sulla necessità di paletti
alla satira, non dovrebbe neppure essere ammessa. La satira esprime
opinioni, e chi vuole conculcarla ( cioè in genere proprio i suoi
bersagli, che essendo persone di potere non vedono l’ora di esercitarlo
) vuole conculcare il tuo diritto di esprimere le tue opinioni.
E’ nella Costituzione, il discorso potrebbe finire qui.
In più, l’effetto collaterale dei paletti è che la satira dentro i
paletti è satira “permessa”, quindi non è più satira. E’ questo che
vogliamo? Io no. Loro sì.
Tutti dicono: ” La satira è contro il potere.” Nessuno si
chiede perchè, eppure non è così scontato. Il motivo è culturale e
risponde a una esigenza umana, quella sì profonda: la salute dello spirito, del nostro immaginario, che oscilla costantemente fra sacro e profano.
Nell’antichità, questa percezione delle cose era evidente, e
ai culti seri facevano da contraltare culti comici: entrambi erano
dotati di una loro sacralità.
Nel medioevo, il carnevale ( legato alle feste pagane
agricole dell’antichità ) sovvertiva l’ordine del reale e le sue
gerarchie. I buffoni erano eletti re per burla, e i potenti venivano
letteralmente smerdati e aspersi di urina. Abbassamenti, profanazioni,
detronizzazioni, travestimenti e parodie erano gli strumenti con cui la satira carnevalesca celebrava l’eterno ciclo vitale della morte e della nascita.
I chierici stessi, nel periodo pasquale, officiavano messe blasfeme che parodiavano i riti e i testi sacri.
La satira ha quindi innanzitutto questa natura ambivalente: distrugge e nel contempo rinnova. L’attacco della satira al potere è secondario rispetto all’attacco più importante: quello contro la morte. La satira è il popolo che festeggia la sua vittoria contro la morte.
( Per inciso, questo è il vero significato di ogni festa in piazza, ma chi se lo ricorda più? )
Ecco perchè ( e torniamo a Boffo e ai bacchettoni come lui ) è sbagliato parlare di volgarità della satira.
La satira esibisce il corpo grottesco, dominato dai bisogni primari (
mangiare, bere, defecare, urinare, scopare ), per celebrare la vittoria
della vita: il sociale e il corporeo sono uniti gioiosamente in
qualcosa di indivisibile, universale e benefico.
E’ invece mortifero il loro tentativo di arrestare il respiro fra
sacro e profano. Nessuno c’è mai riuscito perchè lo spirito umano è
immortale e la sa lunga.
Non c’è quindi neppure vigliaccheria, dato che il papa non è
affatto la personcina inerme che Boffo vuole accreditare. Fra i poteri,
quello della Chiesa è sempre stato accanto a quello degli Imperatori. (
Come non ricordare papa Woytila accanto al generale Pinochet? )
Il plagio di massa operato dalla religione ha purtroppo una funzione sociale di controllo; e diventa pericolosissimo quando la religione, forte del numero, tende a far coincidere il peccato col reato,
e a condizionare l’attività dei governi. Gli esempi in questo senso
sono all’ordine del giorno ( staminali, pacs, eutanasia ) e ormai
insopportabili.
Il guaio è che non puoi correggere un’istituzione quando è una religione. Guardate come i musulmani in certi paesi lapidano le loro donne.
Non potrebbero farla franca, se non fosse per motivi religiosi. L’odio
viene da qualche meandro profondo, ma le religioni gli danno una
cornice nobile. Ecco perché sono pericolose.
Altri poi hanno usato il tema “vigliaccheria” in una seconda
accezione: i satirici attaccano il papa, ma hanno paura di attaccare i
leader islamici. NON E’ VERO. Battute, vignette e monologhi contro
l’integralismo islamico ce n’è ormai a bizzeffe. Quando in Italia
diventerà famoso un leader islamico integralista, dovrà sopportare
anche lui gli oneri satirici della ribalta, come è toccato a padre Georg.
Quanto alla “sacralità”, i primi ad averla profanata sono stati i preti pedofili. ( Come ha ricordato un recente documentario della BBC, per vent’anni un certo cardinal Ratzinger fu responsabile dell’applicazione del documento segreto del Santo Uffizio Crimen Sollicitationis
in base al quale, per prudenza e per non fare scandalo, quei sacerdoti
non venivano rimossi dall’incarico pastorale, ma semplicemente spostati
in un’altra parrocchia ).
Per non parlare di monsignor Marcinkus e delle trame che legavano lo IOR alla mafia, a Sindona e alla P2.
Ed è blasfemo che milioni di persone muoiano ogni anno in Africa di AIDS anche perché la Chiesa condanna l’uso del preservativo.
Il condom a quanto pare è contro gli insegnamenti di Cristo. Anche se
Cristo non ne ha mai parlato, se non per lamentarsi del fatto che si
rompono facilmente durante il sesso anale.
I doveri della satira? Uno solo: far ridere l’autore. E’ questa la vera deontologia del comico. L’unico giudice della satira è il suo autore.
( Per la diffamazione e la calunnia le leggi ci sono già. E già che
ci sono, dico che andrebbero riviste, per impedire al potente di turno
di vessare con processi pretestuosi l’autore satirico che l’ha colto in
flagrante. Vedrei con favore un ” comma Luttazzi “ così
configurato: tu puoi anche farmi causa per 20 miliardi, ma se io vinco
la causa, i venti miliardi li dai tu a me. Così la prossima volta fai
meno il gradasso. )
Boffo usa poi i cittadini come scudi umani appellandosi al rispetto
dei loro sentimenti profondi. Come abbiamo visto, storicamente e
culturalmente i sentimenti profondi dei cittadini sono di altro genere
( il popolo liberato in festa, lo spirito umano reso sano grazie
all’oscillazione fra sacro e profano ), SOLO CHE I CITTADINI SE NE SONO
DIMENTICATI anche grazie al mortifero plagio religioso cui, nei paesi
cattolici, vengono sottoposti fin dalla più tenera età.
Era questo l’argomento insidioso cui accennavo all’inizio: Boffo
tira in ballo la democrazia, che non c’entra nulla, per usare il popolo
contro se stesso.
L’interpretazione religiosa del mondo è una delle tante possibili.
Ma io non posso dar retta a chi crede di parlare con Dio, dai! E’ da
psicotici!
Sto parlando ovviamente del programma di Raitre con Neri Marcorè che fa da conduttore. Lui mi fa ridere come pochi quando imita Fassino, quindi vederlo serio gli dà quest’aura da intellettuale che non guasta affatto alla sua immagine. Insomma, questo programma di un’oretta circa, va in onda la domenica ed è una delle poche fiammelle di cultura della televisione italiana. Vengono invitate due classi di istituti superiori italiani, capeggiate dai professori di letterattura, le quali si danno battaglia sul mondo dei libri. Veramente interessante pure se non ci sono donne mezze nude dalle tette giganti che vengono inquadrate ogni secondo.
Ho sempre pensato alla televisione, per via dei niei trascorsi con essa, come una scatola magica capace di eliminare l’ignoranza dalla faccia della terra, ma col passare degli anni mi sto ricredendo. La cultura è pochissima, e i pochi validi capaci di fare televisione e soprattutto di dire la verità così com’è, senza mezzi termini, vengono imbavagliati. Come se non bastasse nessuno fa niente per evitare queste cose. Proprio vero che l’Italia è marcia dall’interno. Come le fondamenta di una casa di legno: sembra bella in apparenza, ma sotto sotto è sul punto di crollare a pezzi. E a fare televisione, o meglio, a decidere cosa fare in televisione sono quelli del ‘68.