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A sorpresa la Marcuzzi che è anche la conduttrice/bambola gonfiabile del programma prende la parola e asserisce che il Grande Fratello è un reality che non annoia perché cambia di anno in anno. Poi non contenta della prima stronzata, ne spara un’altra subito dopo: secondo lei il GF non è trash. Sapete cosa non sopporto? Il fatto che tu prima di entrare in una determinata posizione la denigri, ma poi quando ci sei dentro la difendi in modo ridicolo: un po’ come l’uso di droga.

13 Gen

Coraggio Jim.

Coraggio Jim, lo sappiamo entrambi che non avrò il coraggio per farmi avanti. Andrò da lei, magari la guarderò per qualche secondo, lei ricambierà volentieri, ma io, proprio quando tutti, e lei compresa, anzi, soprattutto lei, quando tutti dicevo, si aspetteranno un gesto naturale come un saluto, io tirerò via lo sguardo per posarlo magari sulle pareti di questo cazzo di bar nel quale ci siamo ritrovati. Mi fa cagare come posto, dico davvero. Un bel bar dev’essere discreto, coi tavoli lontani tra loro: che cazzo me ne frega di sentire due vecchietti che parlano di politica non ricordando nemmeno i nomi di quei coglioni che hanno parlato ieri? E che cazzo me ne fotte che a questa tipa dietro di me da due giorni i capelli non stanno più in piega perché la piastra s’è rotta? Un bar è un luogo dello spirito prima che del corpo: la gente non ci viene mica per fare colazione o prendere un fottuto aperitivo che alla fine è sempre lo stesso… no. Le persone entrano con la speranza di trovare un po’ di tranquillità evadendo da quella vita laffuori che tanto insiste a martellarti le orecchie con il battere di tacchi delle persone vuote che girano per i marciapiedi. Da un bar ci si aspetta i colori sgargianti ma nel contempo che facciano rilassare, non il solito grigio utilitaria, perché questa città sa da grigio utilitaria. Sì, quel colore insulso della gente che non ama i colori e non sapendo decidere sceglie il più ovvio: che cazzo di colore è il grigio? Il grigio, te lo dico io, è un non colore. Non è nè bianco, nè nero. É per la gente che non prende posizione, il grigio. Ovviamente parlo per le schifose carrette motorizzate, il grigio in altri ambiti è bellissimo… nelle fotografie ad esempio. Sì, a me le foto piacciono tutte in bianco e nero, niente colore. Perché credo che i colori vadano immaginati, come i libri. Che gusto c’è, voglio dire, a vedere uno stracazzo di muro verde? Ok, è un muro verde, e con questo? Cosa c’è oltre? Invece il bianco e nero.. sì, cazzo, è spettacolare. Ti chiedi subito: ma di che colore sarà mai quello schifosissimo muro? Almeno una domanda te la fai… perché l’arte è questo, Jim, riuscire a far pensare chi la guarda. Cazzo, con questa città piena di merda non è così facile eh. Vai vai, ordiniamo un cappuccino, tanto non vedo l’ora di andare via da questo posto del cazzo. Sì, con le vetrine proprio che puntano sul corso… ma che merda, con tutta la gente che guarda. Anzi, che non guarda. Perché la gente si fa i cazzi suoi normalmente, è quando non ha cazzi suoi da fare che si fa quelli degli altri… e in questa vita monotona, i cazzi propri sono davvero rari, ed è bello quando qualcuno se li fa, una vera e propria soddisfazione, sì. Cazzo, un sacco di persone, e nessuno che pensa a come sarebbe bello se tutti avessero i cazzi propri da fare… ti immagini Jim? Una collina immensa, piena di cazzi. E una fila di gente come alla cassa del supermercato, ognuno passa e prende i suoi… due borsette, grazie. E poi se li mette in macchina e va verso casa a farseli belli dorati nella padella preriscaldata a fuoco lento con una fettina di burro. Così tutti sono felici perché hanno una motivazione per andare avanti nella vita, eh? Ma cosa te lo dico a fare, qui poi… questo bar non è fatto per le chiacchiere, è un fast-bar fottutissimo. Sì, fast-bar, come la merda del Mac. Mangi e scappi. Non c’è soluzione… invece, vuoi mettere una pizzeria? Eh, una bella prosciutto e funghi che arriva tre quarti d’ora dopo che l’hai ordinata… secondo me è l’apoteosi. Sai quante cose puoi dire nel contempo? E nessuno che ti guarda male, nessuno che si mette dietro di te aspettando che tu te ne vada fuori dai coglioni entro tre, due, uno… ma lascia stare, non parliamone. Sì, sì… grazie del cappuccino. Ma offri tu allora? No perché sai, non ho mai soldi io, mica viaggio col portafoglio sempre pieno. Eh, guarda, al tempo d’oggi i soldi vanno via come il pane. Per non parlare di quanto costa comprare il pane. Guarda, con questo euro del cazzo siamo messi male, non sai nemmeno chi ti sta fottendo e da quale parte.. magari sei in una gang bang e non lo sai, perché sei così impegnato a raccogliere quei fastidiosissimi centesimi che nemmeno ti accorgi di starne prendendo due insieme. Cazzi tuoi, certo. Tanto al supermercato li hai presi, con tutta l’altra spesa. Ma questi maledetti a cosa servono poi? Centesimi, sì, ma non puoi comprarci nulla. Non sarebbe meglio se arrotondassimo tutto, eh? Che ne dici? Io penso che sarebbe una bellissima idea… e poi questa merda di moneta da due euro, non potevano fare quelli di carta? Non ti sembra di avere in mano niente, e invece sono quattro mila lire, eh. Mica cazzi, ci compravo un sacco di cose io con quattro mila lire. Un sacco ti dico. Eh, certo, ora però è più semplice, puoi andare a farti inculare anche in Spagna o Francia… in tutta l’unione europea ci sono cazzi che ti aspettano esultanti come tanti nanetti lavoratori. Va beh, va… beviamo questo cappuccino. Merda, ma lo zucchero di canna ce l’hanno qui? O lo sapevi tu che con le barbabietole da zucchero stanno facendo esperimenti per vedere se bruciando creano energia? Sì sì, tante macchinine color grigio utilitaria che vanno con le barbabietole! Sai che figo dopo se dal tubo di scappamento esce vapore dolciastro? Però è lo stesso una merda, perché per fare le piantagioni di barbabietole devono usare lo stesso il petrolio… e allora dov’è il bello? Oh, pazienza, tanto tra un po’ creperemo tutti perché le calotte polari si stanno sciogliendo. Poi chi abita vicino alla costa verrà sommerso da tutta quell’acqua, ma tanto farà caldo perché ormai la terra sta diventando come una grande ed enorme serra che ingloba tutto… bello però, potremo farci il bagno tuffandoci direttamente dai grattacieli. Sarebbe fico, anche perché i bar come questo in cui stiamo non ci sarebbero più, verrebbero sommersi dall’acqua… ma aspetta, qui siamo sopra o sotto il livello del mare? No perché allora toccherebbe scendere un po’, non ci potremmo godere la piscina in città. Va beh, dai, questo cappuccino mi ha un po’ messo la carica, ci voleva dopo un risveglio del genere… che proprio quando chiedi a casa di non essere svegliato, tutti fanno più rumore possibile per poterti far bestemmiare già di primo mattino. Dio cristo, e sì che dormo anche male, Jim. Beh, cazzo, voglio vedere te col materasso merdoso che ho io… cambiarlo dici? Certo, come no, e i soldi dove li trovo? Devo comprare cose più importanti. Devo comprarmi la batteria, sì, e suonare un po’ per rilassarmi! Sì, so già dove metterla, in garage. Oh, Jim, io ti lascio eh… devo scappare, sì. Non so a fare cosa, sai. Certo di cazzi miei non ne ho tantissimi in questo momento, credo sia meglio andare a comprarne un po’ al supermercato, sperando che con l’euro non costino anche quelli il doppio. Che poi, dopo un po’ è stancante parlare col poster di un cantante morto…

13 Gen

Non ci siamo.

Inizio troppo spesso le frasi col “non”. Sarà che sono sempre contro a tutto. Ma no, non è vero.

- Prof, a che ora c’è la sua lezione domani?
- Non so ragazzi, guardate in internet, ci dev’essere scritto l’orario.
- No, sa, domani abbiamo un esame a mezzogiorno e mezza, non vorremmo che si sovrapponesse.
- No ragazzi, queste cose non succedono, state tranquilli.
- Guardi che le ricordo che siamo a Scienze della Comunicazione, eh…
- Cosa vuol dire? Guardate che gli altri corsi sono molto peggio.
- Ah, mal comune mezzo gaudio?

Di cose più interessanti, di corsi più interessanti. Di professori più interessanti e interessati. Di gente interessata veramente a quello che sta studiando o ascoltando. Ma si sa, l’interesse aumenta col passare del tempo solo quando hai un mutuo.

Ebbene sì, qui ascoltiamo pure musica della nostra terra. Per meglio dire, della nostra provincia autonoma a maggioranza albanese. Sono i 403, un gruppo rock anni ‘80 kossovaro che spacca. La canzone in questione si intitola “Shoku profesor”, molto giusta, molto autobiografica. Ovviamente voi che non siete albanesi non capirete molto ma anche agli ignoranti bisogna dare cultura.

Traduzione mia fatta infretta, un po’ così, che non rende, e file da scaricare. Al più presto una puntata del podcast con solo musica albanese. Che non si dica poi che le origini si dimenticano.

Shoku profesor
Ne duar mbaj indeksin tim
Siduket mbeta pa nenshkrim
Erdhi koha te mendoj
a do t’mesoj a do t’kendoj
nuk kryhet shkolla me muzike
fjali e thjeshte ne fund me pike
dy pike te tjera me mungojne
s’mund t’vendos e ditet shkojn

Me thoni shoku profesor
a kryhet fakulteti me zor
mos duhet me teper te mesoj
apo ndoshta profesionin ta ndrroj

Ne fakultete nuk jam fare
Duhet gjetur tjeter care
Nga muzika s’mund t’jetoj
As per cigare s’mund t’fitoj
Prindet me thone nxeja karrigen
Te gjitha librave ua kam friken
RRugdalje tjeter tani skam
Me duhet t’jem ai qe s’jam

Signor/compagno professore
In mano tengo il mio indice
Si vede che sono rimasto senza sottoscrizione
E’ venuto il tempo di pensare
Se studiare oppur cantare

La scuola non si finisce con la musica
frase semplice col punto in fondo
Altri due punti mi rimangono
Non posso decidere e i giorni passano

Ditemi signor professore
Si finisce la facoltà a malavoglia?
Forse di più devo studiare
O magari la mia professione cambiare (rit.)

In facoltà non ci sono mai
Bisogna trovare qualcos’altro
Di musica non posso vivere
Nemmeno per le sigarette guadagnare
I genitori mi dicono che scaldo la sedia
Di tutti i libri ho paura
Via d’uscita ora non ho
Devo essere chi non sono.

Download: (click col destro e “salva destinazione…”) 403 - Shoku Profesor
Ditemi quant’è bella.

Questa in pochi la capiranno. Il massimo sarebbe essere appassionati di Gaber ed iscritti al corso di Scienze della Comunicazione a Padova. Ma eccola qui.

No… no, non è vero, io dei numeri del Loggione non ho niente da rimproverarmi… non mi sembra di aver detto delle cose gravi.
La mia vita? Una vita normale: rubo, picchio i bambini… Non ho ancora ammazzato nessuno, figuriamoci… qualche bestemmia, ma è normale… no?
Lavoro, frequento poco, ma pago le tasse d‘iscrizione… non mi sembra di avere delle colpe. Non ho dato nemmeno l’esame della Sorba, per dire…
Ah… voi parlavate di prima? Ma prima mi sono comportato come tutti…
Cosa portavo con me? Sì, macchina digitale, il lettore mp3, il cellulare… Perché, non va bene? È comodo.
Cosa cantavo? Questa poi. Volete sapere cosa cantavo? Ma sì certo, anche intercalari popolari, sì… bestemmie.
Devo parlar più forte? Sì! BESTEMMIE! Sì: Dio l’ho bestemmiato, e anche la Madonna… però in coro, eh!
Sì, quello sì, lo ammetto, ho visto anch’io Germano Mosconi.
Come, se in camera ho delle foto? Che discorsi… certo, Audrey Hepburn, Shirley MacLane… Certo, poster? Non mi pare… forse uno, non a colori però, in bianco e nero: Orson Welles.
No, quello No. Io il clero non l’ho mai insultato. Mai… beh, una volta, ma… i cardinali. Giusto un paio.

Come, se ero comunicatore? Mi piacciono le domande dirette. Volete sapere se ero comunicatore? No no, finalmente. E giusto chiarirle queste cose, una volta per tutte. Oh! Se ero comunicatore…
Mah… in che senso? No, voglio dire…
Qualcuno era comunicatore perché era nato a Padova…
Qualcuno era comunicatore perché il compagno di classe, il cugino, il vicino di casa… la morosa no!
Qualcuno era comunicatore perché vedeva Italia 1 come una promessa, Canale 5 come una poesia, la comunicazione come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunicatore perché il suo blog non lo commentava nessuno.
Qualcuno era comunicatore perché aveva avuto un’educazione senza internet.
Qualcuno era comunicatore perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunicatore perché la storia è un esame da soli 6 crediti.
Qualcuno era comunicatore perché gliel’avevano detto…
Qualcuno era comunicatore perché non gli avevano detto di Cortelazzo…
Qualcuno era comunicatore perché prima aveva fatto il liceo classico.
Qualcuno era comunicatore perché aveva capito che con gli esami poteva andare piano ma lontano.
Qualcuno era comunicatore perché Allievi era un bravo professore.
Qualcuno era comunicatore perché era bravo a studiare, ma non gli andava proprio di impegnarsi.
Qualcuno era comunicatore perché beveva lo spritz e vomitava ai mercoledì padovani.
Qualcuno era comunicatore perché era così idiota che aveva bisogno di qualcuno che lo facesse sentire a casa.
Qualcuno era comunicatore perché era talmente affascinato dai disoccupati che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunicatore perché non ne poteva più di fare il disoccupato.
Qualcuno era comunicatore perché gli esami, la laurea, il lavoro… facile no?
Qualcuno era comunicatore perché il contratto a tempo indeterminato, oggi no… domani forse, ma dopodomani… sicuramente!
Qualcuno era comunicatore perché: viva Hitchcock, viva Spielberg, viva Quentin Tarantino!
Qualcuno era comunicatore per fare rabbia ai suoi professori delle superiori.
Qualcuno era comunicatore perché guardava sempre la7.
Qualcuno era comunicatore per moda, qualcuno per la figa, qualcuno per il cazzo, sì…
Qualcuno era comunicatore perché voleva fare il curriculum in Comunicazione pubblica e fare l’impiegato statale.
Qualcuno era comunicatore perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunicatore perché aveva scambiato SdC per un corso serio.
Qualcuno era comunicatore perché era convinto di avere dietro di sé il papà che gli parava il culo in ogni caso.
Qualcuno era comunicatore perché era più comunicatore degli altri.
Qualcuno era comunicatore perché c’era il grande corso in SdC della facoltà di Lettere a Padova.
Qualcuno era comunicatore nonostante ci fosse il grande corso in SdC della facoltà di Lettere a Padova.
Qualcuno era comunicatore perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunicatore perché abbiamo il peggior corso di Discipline d’Arte Musica e Spettacolo d’Europa!
Qualcuno era comunicatore perché la televisione peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunicatore perché non ne poteva più di 40 anni di giornalismo viscido e ruffiano.
Qualcuno era comunicatore perché Daniele Luttazzi, Biagi, Michele Santoro, la Guzzanti ecc, ecc, ecc…
Qualcuno era comunicatore perché chi era coglione era comunicatore.
Qualcuno era comunicatore perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare informazione…
Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunicatore e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunicatore perché sognava una televisione diversa da quella americana.
Qualcuno era comunicatore perché pensava di poter comunicare liberamente, solo se potevano farlo anche gli altri.

Qualcuno era comunicatore perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo.
Perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di un’aula diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare gli orari, di cambiare la vita..
Qualcuno era comunicatore perché con accanto questa voglia uno era come più di se stesso, era come due persone in una.
Da una parte la personale fatica di non addormentarsi a seguire i corsi in aula A… dall’altra il senso di appartenenza ad un gruppo che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente SdC.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano superato il test di ammissione, senza essere capaci di far un cazzo, come dei paraculo.

E ora? Anche ora ci si sente come divisi in due gruppi: da una parte i pirla che prendono sempre trenta agli esami, imparando tutto a memoria, come dei pappagalli ipotetici, e dall’altra i gabbiani, senza più neanche l’intenzione di laurearsi, perché ormai erano andati fuori corso.
Due miserie in un corso solo.

Le faccio: “Bello Moby Dick, eh?”
Mi risponde: “Il film o il libro?”
Le replico: “Perché, ne hanno fatto anche un libro?”

Se ne va contrariata. Ma cazzo, beccarmi la citazione no, eh?

Stavo facendo casino con i miei amici, ridendo, scherzando… con lo stereo a palla a ballare sopra i tavoli. E fin qui niente di strano. Poi è arrivata la bibliotecaria, un’arzilla vecchietta di 62 anni che ancora si ostina a non andare in pensione.

Noi spegnemmo la musica per sentire cosa dicesse. E questa ha preso, si è avvicinata a me e mi ha detto guardandomi negli occhi: “giovanotto, vada a farsi fottere”. Io allora guardai gli altri sbigottito. Quindi chiesi alla signora: “come prego?”. E lei mi rispose: “volevo dire: vada a farselo mettere da un negro di merda invece di stare qui a rompere i coglioni”.

Yeah, era tornata di nuovo la bibliotecaria che conoscevamo. Il timore che si fosse rammollita ci sfiorò solo per pochi secondi, ma è tutta acqua passata. Prendemmo le nostre cose e uscimmo fuori a far baldoria, nella città che dorme sempre, non prima di averla salutata con un abbraccio.

5 Gen

Il non fare.

La pentola sul fuoco bolliva già da un po’, ma la mente era corrotta dallo sguardo della tipa appesa al muro. Più che sguardo, in un calendario è importante che si notino le tette, enormi e capezzolose. E questa moretta, di grazia, era proprio come un sogno erotico. Ad onor del vero, va precisato, ch’io non m’ero distratto dalle sue forme che sapevano di già visto da circa venti giorni. E’ stata proprio la data di quella mattina a tradirmi, o meglio, quello che c’era scritto di fianco: “Ricordati”. Eh, ma ricordarmi… cosa? Ed ero lì, da cinque minuti buoni ad interrogarmi sul perché avessi scritto chissà quando quella parola così enigmatica che, non v’è dubbio alcuno, doveva servire a rimembrarmi sicuramente qualcosa, magari anche d’importante, ma non riuscivo ad afferrare in pieno di cosa si trattasse. Dunque aspettavo quasi immobile, in piedi, ponderando, in attesa di un fantomatico postino il quale rompendo le palle per due volte di fila suonava il citofono con in mano una raccomandata da firmare dal magico contenuto che mi avrebbe finalmente svelato il mistero. Finchè l’ acqua, come impazzita, prese a spandersi sui fornelli che avevo appena pulito in una escalation di vapore e bestemmie. Con quello che ne rimase, dell’acqua intendo, perché le bestemmie volarono subito dal diretto interessato, senza nemmeno bisogno del postino, che immaginavo impegnato a consegnare raccomandate alla gente smemorata… con quello che rimase, dicevo, immersi un misero filtro di thé indiano e aggiungendo zucchero, (e ad ogni cucchiaio ripetevo a me stesso che va pronunciato con la esse, non con la zeta come fanno molti che non hanno mai preso corsi di dizione; che poi, neanch’io li ho mai presi, questi corsi) continuai a volgere lo sguardo al calendario. Con accuratezza, avvicinandomi, ispezionai la calligrafia; che poi, si direbbe grafia, perché calligrafia significa qualcosa come “bella grafia”, ma la mia era proprio bella, come tutti mi facevano notare ogni qualvolta che scrivevo qualcosa pubblicamente. Era proprio bella, ed era la mia. Ma non era la mia perché era bella, ma perché era la mia, e questo ne conseguiva che fosse anche gradevolissima alla vista.
Proprio non riuscivo a spiegarmi: Dentista? Ma non ci vado quasi mai, sono a posto i miei denti. Oculista? E chi l’ha mai visto. Psicologo? Oddio, se fossi ricco, magari.
Insomma, gira e rigira, il thé era bello che finito: e per forza, metà l’aveva bevuto la mia spugna, e senza darmi il tempo di mettere un filtro anche per lei. Che poi so che l’indiano le piace molto. Se ne prende sempre una mezza tazzina con me, nei momenti di sbadataggine. Quella giornata però non mi dava tregua. Stavo seduto a tentare di ricordare cosa avrei duvuto ricordarmi quel giorno.
Ad un tratto arriva lei. Non pensiate che nei racconti della gente debba per forza esserci una donna, questa “lei” era la mia vicina di casa. Non è una donna, è una vicina di casa. Il suo status sociale cambia a seconda della percentuale di spezie che ti chiede in prestito, e dalle numerose interazioni che ho avuto con costei da quando abita sotto di me, non è mai stata una donna. Nemmeno quella volta che mi chiese solamente un poco di sale per insaporire l’insalata.

Continua…

Aprimi, bastardo!