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Non è certo possibile riuscire a dare una data alla creazione dell’incomprensione reciproca tra i sessi. Studiosi di fama mondiale hanno provato col Carbonio 14, 15 e anche 16 ma i risultati sono stati a dir poco contrastanti tra loro. Infatti un paio (di risultati) sono stati fermati dalla polizia per rissa aggravata fuori da un Pub. C’è chi addirittura fa risalire l’incomprensione ad Adamo ed Eva, i primi due virus presenti sul pianeta terra. Nello specifico, ad un solo scambio di sms tra i due. Che allora sms voleva dire sasso-martello-scalpello: questi in pratica si scrivevano i messaggi sui sassi e poi se li lanciavano addosso nel tentativo di beccarsi. Gli scienziati hanno trovato dei fossili che provano il tutto, e dalla ricostruzione attenta hanno potuto isolare un breve scambio di Sms che quei birbanti si inviarono dopo l’episodio della mela morsicata, dal quale poi successivamente nacque la Apple e l’iPod: avrete capito quindi che Steve Jobs è il diavolo.
Ecco il testo incriminato: Eva: “Perdonami, sono un idiota”. Adamo: “Cara, sei donna, quindi un’idiota”. Eva: “Tu generalizzi troppo come al solito, ti lascio”. Adamo: “E tu come al solito non capisci un cazzo. Non è che hai molta scelta comunque”. Eva: “Questo orango qui dice il contrario…” Adamo: “Smettila di fare la primadonna”. Eva: “Ah-ah”. Adamo: “Ma vaffanculo”. Eva: “Mi sa che ti fai tante pippe”. Adamo: “Prima aspetto che inventino i calendari”. Eva: “Guarda che non ho visto ancora nessuno resistere millenni senza lisciarsi il pitone”. Adamo: “Basta coi serpenti però, eh. Ne è bastato già uno”. Eva: “Stronzo”. Adamo: “Donna”. Eva: “Eh?” Adamo: “Scusa, volevo dire puttana! Puttana Eva!”. Eva: “Come osi insultarmi?” Adamo: “Ascolta, costoletta, smetti di rompere i coglioni che per colpa tua mi devo mettere questa cazzo di foglia di fico che mi fa il pacco minuscolo; e poi come se non bastasse mi prude un sacco”. Eva: “E che sarà mai: io ce le ho pure sulle tette. Adamo: “Ma almeno posso dire che è la mia foglia. La foglia di un fico”. Eva: “Ma che battute idiote, madonna”. Adamo: “Eh, per quella dovrai aspettare… ne mancano di millenni”.
Il resto degli sms è purtroppo incomprensibile, per l’appunto. Si pensa che questi smisero di scriverci sui sassi e iniziarono a lanciarseli direttamente. Da lì nacque pure la prima commozione cerebrale. Comunque sia questa sembra l’ipotesi più accreditata al momento, che ci aiuta anche se un poco a far luce su questa benedetta incomprensione, e se non c’è niente di meglio ce la teniamo. Poi dopo questo episodio sappiamo tutto com’è andata a finire. Lei partorì con estremo dolore, l’orango non riconobbe il figlio, a detta di lui troppo poco peloso per appartenergli, e Adamo non riuscì a trovare una figa nemmeno nel raggio di duemila chilometri. Così si accontentò: dalle ricostruzioni è emerso che l’immagine della prima ragazza seria di Adamo corrisponde per il 70% al viso di Valeria Marini. E il restante 30% a quello di Pippo Franco. Insomma, ma sto divagando.
L’incomprensione comunque è una cosa divertente, se riesci a prenderla con ironia e impari a riderci sopra. Come quella volta che lei mi disse: “Ti lascio perché non hai fantasia”. E io per sdrammatizzare le ho scritto: “Proprio non me lo sarei mai immaginato”. E lei mi prese sul serio e scappò col giardiniere. Che poi all’Eden chi faceva da giardiniere, Dio? Sarà per quello che i giardinieri se la fanno sempre con le padrone di casa fighe? Ma quello forse è solo nei film porno, che poi prendono ispirazione dalla vita reale, di Rocco Siffredi. Ma sto divagando di nuovo. Il fatto è che sono le cinque e mezza del mattino e sto un po’ così, pensieroso. In cuffia passano canzoni a caso e io continuo a tentare di scrivere qualcosa sull’incomprensione reciproca. Di nuovo. Perché è una cosa ciclica questa, come la caduta del governo di centro-sinistra dopo due anni che sta al comando.
Dunque, concludendo: l’incomprensione è quella cosa che tutti sanno ma non riescono mai a spiegarla bene agli altri.
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Scritto il Gennaio 23rd, 2008 in Aneddoti divertenti, Ponderazioni, Racconti, Stralci | 2 commenti »
Coraggio Jim, lo sappiamo entrambi che non avrò il coraggio per farmi avanti. Andrò da lei, magari la guarderò per qualche secondo, lei ricambierà volentieri, ma io, proprio quando tutti, e lei compresa, anzi, soprattutto lei, quando tutti dicevo, si aspetteranno un gesto naturale come un saluto, io tirerò via lo sguardo per posarlo magari sulle pareti di questo cazzo di bar nel quale ci siamo ritrovati. Mi fa cagare come posto, dico davvero. Un bel bar dev’essere discreto, coi tavoli lontani tra loro: che cazzo me ne frega di sentire due vecchietti che parlano di politica non ricordando nemmeno i nomi di quei coglioni che hanno parlato ieri? E che cazzo me ne fotte che a questa tipa dietro di me da due giorni i capelli non stanno più in piega perché la piastra s’è rotta? Un bar è un luogo dello spirito prima che del corpo: la gente non ci viene mica per fare colazione o prendere un fottuto aperitivo che alla fine è sempre lo stesso… no. Le persone entrano con la speranza di trovare un po’ di tranquillità evadendo da quella vita laffuori che tanto insiste a martellarti le orecchie con il battere di tacchi delle persone vuote che girano per i marciapiedi. Da un bar ci si aspetta i colori sgargianti ma nel contempo che facciano rilassare, non il solito grigio utilitaria, perché questa città sa da grigio utilitaria. Sì, quel colore insulso della gente che non ama i colori e non sapendo decidere sceglie il più ovvio: che cazzo di colore è il grigio? Il grigio, te lo dico io, è un non colore. Non è nè bianco, nè nero. É per la gente che non prende posizione, il grigio. Ovviamente parlo per le schifose carrette motorizzate, il grigio in altri ambiti è bellissimo… nelle fotografie ad esempio. Sì, a me le foto piacciono tutte in bianco e nero, niente colore. Perché credo che i colori vadano immaginati, come i libri. Che gusto c’è, voglio dire, a vedere uno stracazzo di muro verde? Ok, è un muro verde, e con questo? Cosa c’è oltre? Invece il bianco e nero.. sì, cazzo, è spettacolare. Ti chiedi subito: ma di che colore sarà mai quello schifosissimo muro? Almeno una domanda te la fai… perché l’arte è questo, Jim, riuscire a far pensare chi la guarda. Cazzo, con questa città piena di merda non è così facile eh. Vai vai, ordiniamo un cappuccino, tanto non vedo l’ora di andare via da questo posto del cazzo. Sì, con le vetrine proprio che puntano sul corso… ma che merda, con tutta la gente che guarda. Anzi, che non guarda. Perché la gente si fa i cazzi suoi normalmente, è quando non ha cazzi suoi da fare che si fa quelli degli altri… e in questa vita monotona, i cazzi propri sono davvero rari, ed è bello quando qualcuno se li fa, una vera e propria soddisfazione, sì. Cazzo, un sacco di persone, e nessuno che pensa a come sarebbe bello se tutti avessero i cazzi propri da fare… ti immagini Jim? Una collina immensa, piena di cazzi. E una fila di gente come alla cassa del supermercato, ognuno passa e prende i suoi… due borsette, grazie. E poi se li mette in macchina e va verso casa a farseli belli dorati nella padella preriscaldata a fuoco lento con una fettina di burro. Così tutti sono felici perché hanno una motivazione per andare avanti nella vita, eh? Ma cosa te lo dico a fare, qui poi… questo bar non è fatto per le chiacchiere, è un fast-bar fottutissimo. Sì, fast-bar, come la merda del Mac. Mangi e scappi. Non c’è soluzione… invece, vuoi mettere una pizzeria? Eh, una bella prosciutto e funghi che arriva tre quarti d’ora dopo che l’hai ordinata… secondo me è l’apoteosi. Sai quante cose puoi dire nel contempo? E nessuno che ti guarda male, nessuno che si mette dietro di te aspettando che tu te ne vada fuori dai coglioni entro tre, due, uno… ma lascia stare, non parliamone. Sì, sì… grazie del cappuccino. Ma offri tu allora? No perché sai, non ho mai soldi io, mica viaggio col portafoglio sempre pieno. Eh, guarda, al tempo d’oggi i soldi vanno via come il pane. Per non parlare di quanto costa comprare il pane. Guarda, con questo euro del cazzo siamo messi male, non sai nemmeno chi ti sta fottendo e da quale parte.. magari sei in una gang bang e non lo sai, perché sei così impegnato a raccogliere quei fastidiosissimi centesimi che nemmeno ti accorgi di starne prendendo due insieme. Cazzi tuoi, certo. Tanto al supermercato li hai presi, con tutta l’altra spesa. Ma questi maledetti a cosa servono poi? Centesimi, sì, ma non puoi comprarci nulla. Non sarebbe meglio se arrotondassimo tutto, eh? Che ne dici? Io penso che sarebbe una bellissima idea… e poi questa merda di moneta da due euro, non potevano fare quelli di carta? Non ti sembra di avere in mano niente, e invece sono quattro mila lire, eh. Mica cazzi, ci compravo un sacco di cose io con quattro mila lire. Un sacco ti dico. Eh, certo, ora però è più semplice, puoi andare a farti inculare anche in Spagna o Francia… in tutta l’unione europea ci sono cazzi che ti aspettano esultanti come tanti nanetti lavoratori. Va beh, va… beviamo questo cappuccino. Merda, ma lo zucchero di canna ce l’hanno qui? O lo sapevi tu che con le barbabietole da zucchero stanno facendo esperimenti per vedere se bruciando creano energia? Sì sì, tante macchinine color grigio utilitaria che vanno con le barbabietole! Sai che figo dopo se dal tubo di scappamento esce vapore dolciastro? Però è lo stesso una merda, perché per fare le piantagioni di barbabietole devono usare lo stesso il petrolio… e allora dov’è il bello? Oh, pazienza, tanto tra un po’ creperemo tutti perché le calotte polari si stanno sciogliendo. Poi chi abita vicino alla costa verrà sommerso da tutta quell’acqua, ma tanto farà caldo perché ormai la terra sta diventando come una grande ed enorme serra che ingloba tutto… bello però, potremo farci il bagno tuffandoci direttamente dai grattacieli. Sarebbe fico, anche perché i bar come questo in cui stiamo non ci sarebbero più, verrebbero sommersi dall’acqua… ma aspetta, qui siamo sopra o sotto il livello del mare? No perché allora toccherebbe scendere un po’, non ci potremmo godere la piscina in città. Va beh, dai, questo cappuccino mi ha un po’ messo la carica, ci voleva dopo un risveglio del genere… che proprio quando chiedi a casa di non essere svegliato, tutti fanno più rumore possibile per poterti far bestemmiare già di primo mattino. Dio cristo, e sì che dormo anche male, Jim. Beh, cazzo, voglio vedere te col materasso merdoso che ho io… cambiarlo dici? Certo, come no, e i soldi dove li trovo? Devo comprare cose più importanti. Devo comprarmi la batteria, sì, e suonare un po’ per rilassarmi! Sì, so già dove metterla, in garage. Oh, Jim, io ti lascio eh… devo scappare, sì. Non so a fare cosa, sai. Certo di cazzi miei non ne ho tantissimi in questo momento, credo sia meglio andare a comprarne un po’ al supermercato, sperando che con l’euro non costino anche quelli il doppio. Che poi, dopo un po’ è stancante parlare col poster di un cantante morto…
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Scritto il Gennaio 13th, 2008 in Pensamenti, Racconti | Nessun Commento »
Ebbene sì, qui ascoltiamo pure musica della nostra terra. Per meglio dire, della nostra provincia autonoma a maggioranza albanese. Sono i 403, un gruppo rock anni ‘80 kossovaro che spacca. La canzone in questione si intitola “Shoku profesor”, molto giusta, molto autobiografica. Ovviamente voi che non siete albanesi non capirete molto ma anche agli ignoranti bisogna dare cultura.
Traduzione mia fatta infretta, un po’ così, che non rende, e file da scaricare. Al più presto una puntata del podcast con solo musica albanese. Che non si dica poi che le origini si dimenticano.
Shoku profesor Ne duar mbaj indeksin tim Siduket mbeta pa nenshkrim Erdhi koha te mendoj a do t’mesoj a do t’kendoj nuk kryhet shkolla me muzike fjali e thjeshte ne fund me pike dy pike te tjera me mungojne s’mund t’vendos e ditet shkojn
Me thoni shoku profesor a kryhet fakulteti me zor mos duhet me teper te mesoj apo ndoshta profesionin ta ndrroj
Ne fakultete nuk jam fare Duhet gjetur tjeter care Nga muzika s’mund t’jetoj As per cigare s’mund t’fitoj Prindet me thone nxeja karrigen Te gjitha librave ua kam friken RRugdalje tjeter tani skam Me duhet t’jem ai qe s’jam
Signor/compagno professore In mano tengo il mio indice Si vede che sono rimasto senza sottoscrizione E’ venuto il tempo di pensare Se studiare oppur cantare
La scuola non si finisce con la musica frase semplice col punto in fondo Altri due punti mi rimangono Non posso decidere e i giorni passano
Ditemi signor professore Si finisce la facoltà a malavoglia? Forse di più devo studiare O magari la mia professione cambiare (rit.)
In facoltà non ci sono mai Bisogna trovare qualcos’altro Di musica non posso vivere Nemmeno per le sigarette guadagnare I genitori mi dicono che scaldo la sedia Di tutti i libri ho paura Via d’uscita ora non ho Devo essere chi non sono.
Download: (click col destro e “salva destinazione…”) 403 - Shoku Profesor Ditemi quant’è bella.
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Scritto il Gennaio 9th, 2008 in Musica, Pensamenti, Racconti | 2 commenti »
Stavo facendo casino con i miei amici, ridendo, scherzando… con lo stereo a palla a ballare sopra i tavoli. E fin qui niente di strano. Poi è arrivata la bibliotecaria, un’arzilla vecchietta di 62 anni che ancora si ostina a non andare in pensione.
Noi spegnemmo la musica per sentire cosa dicesse. E questa ha preso, si è avvicinata a me e mi ha detto guardandomi negli occhi: “giovanotto, vada a farsi fottere”. Io allora guardai gli altri sbigottito. Quindi chiesi alla signora: “come prego?”. E lei mi rispose: “volevo dire: vada a farselo mettere da un negro di merda invece di stare qui a rompere i coglioni”.
Yeah, era tornata di nuovo la bibliotecaria che conoscevamo. Il timore che si fosse rammollita ci sfiorò solo per pochi secondi, ma è tutta acqua passata. Prendemmo le nostre cose e uscimmo fuori a far baldoria, nella città che dorme sempre, non prima di averla salutata con un abbraccio.
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Scritto il Gennaio 5th, 2008 in Racconti | Nessun Commento »
La pentola sul fuoco bolliva già da un po’, ma la mente era corrotta dallo sguardo della tipa appesa al muro. Più che sguardo, in un calendario è importante che si notino le tette, enormi e capezzolose. E questa moretta, di grazia, era proprio come un sogno erotico. Ad onor del vero, va precisato, ch’io non m’ero distratto dalle sue forme che sapevano di già visto da circa venti giorni. E’ stata proprio la data di quella mattina a tradirmi, o meglio, quello che c’era scritto di fianco: “Ricordati”. Eh, ma ricordarmi… cosa? Ed ero lì, da cinque minuti buoni ad interrogarmi sul perché avessi scritto chissà quando quella parola così enigmatica che, non v’è dubbio alcuno, doveva servire a rimembrarmi sicuramente qualcosa, magari anche d’importante, ma non riuscivo ad afferrare in pieno di cosa si trattasse. Dunque aspettavo quasi immobile, in piedi, ponderando, in attesa di un fantomatico postino il quale rompendo le palle per due volte di fila suonava il citofono con in mano una raccomandata da firmare dal magico contenuto che mi avrebbe finalmente svelato il mistero. Finchè l’ acqua, come impazzita, prese a spandersi sui fornelli che avevo appena pulito in una escalation di vapore e bestemmie. Con quello che ne rimase, dell’acqua intendo, perché le bestemmie volarono subito dal diretto interessato, senza nemmeno bisogno del postino, che immaginavo impegnato a consegnare raccomandate alla gente smemorata… con quello che rimase, dicevo, immersi un misero filtro di thé indiano e aggiungendo zucchero, (e ad ogni cucchiaio ripetevo a me stesso che va pronunciato con la esse, non con la zeta come fanno molti che non hanno mai preso corsi di dizione; che poi, neanch’io li ho mai presi, questi corsi) continuai a volgere lo sguardo al calendario. Con accuratezza, avvicinandomi, ispezionai la calligrafia; che poi, si direbbe grafia, perché calligrafia significa qualcosa come “bella grafia”, ma la mia era proprio bella, come tutti mi facevano notare ogni qualvolta che scrivevo qualcosa pubblicamente. Era proprio bella, ed era la mia. Ma non era la mia perché era bella, ma perché era la mia, e questo ne conseguiva che fosse anche gradevolissima alla vista.
Proprio non riuscivo a spiegarmi: Dentista? Ma non ci vado quasi mai, sono a posto i miei denti. Oculista? E chi l’ha mai visto. Psicologo? Oddio, se fossi ricco, magari.
Insomma, gira e rigira, il thé era bello che finito: e per forza, metà l’aveva bevuto la mia spugna, e senza darmi il tempo di mettere un filtro anche per lei. Che poi so che l’indiano le piace molto. Se ne prende sempre una mezza tazzina con me, nei momenti di sbadataggine. Quella giornata però non mi dava tregua. Stavo seduto a tentare di ricordare cosa avrei duvuto ricordarmi quel giorno.
Ad un tratto arriva lei. Non pensiate che nei racconti della gente debba per forza esserci una donna, questa “lei” era la mia vicina di casa. Non è una donna, è una vicina di casa. Il suo status sociale cambia a seconda della percentuale di spezie che ti chiede in prestito, e dalle numerose interazioni che ho avuto con costei da quando abita sotto di me, non è mai stata una donna. Nemmeno quella volta che mi chiese solamente un poco di sale per insaporire l’insalata.
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Tags: Racconti Scritto il Gennaio 5th, 2008 in Racconti | Nessun Commento »
Era uno di quelli che gli davi un dito e si prendevano l’anello. E l’ha fatto. Ma nonostante quello rimanemmo amici, anche perché io gli cagai nel bagagliaio della macchina.
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Scritto il Gennaio 4th, 2008 in Racconti | Nessun Commento »
Così dissi, e ci fu la retata. Non avrei mai dovuto parlare al telefono quella sera, ero intercettato. E sappiamo come sono quelli, capiscono solo quello che vogliono capire. E per cosa poi? Solo una canna, e solo perché sono albanese. Ma è giusto, no? Così mi portarono dentro. Cioè, prima mi portarono fuori (di casa), poi dentro (al cellulare), e poi di nuovo fuori (dal cellulare) e poi ancora dentro (in questura). Che rottura di coglioni. Insomma, un bel viaggio a spese dello Stato.
Volete sapere come continua quest’avventura? Allora seguitemi, lo saprete prossimamente. Ve la racconto perché è stata veramente una notte da non dimenticare.
Continua…
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