Archivio per Gennaio, 2008

Di cose più interessanti, di corsi più interessanti. Di professori più interessanti e interessati. Di gente interessata veramente a quello che sta studiando o ascoltando. Ma si sa, l’interesse aumenta col passare del tempo solo quando hai un mutuo.

Ebbene sì, qui ascoltiamo pure musica della nostra terra. Per meglio dire, della nostra provincia autonoma a maggioranza albanese. Sono i 403, un gruppo rock anni ‘80 kossovaro che spacca. La canzone in questione si intitola “Shoku profesor”, molto giusta, molto autobiografica. Ovviamente voi che non siete albanesi non capirete molto ma anche agli ignoranti bisogna dare cultura.

Traduzione mia fatta infretta, un po’ così, che non rende, e file da scaricare. Al più presto una puntata del podcast con solo musica albanese. Che non si dica poi che le origini si dimenticano.

Shoku profesor
Ne duar mbaj indeksin tim
Siduket mbeta pa nenshkrim
Erdhi koha te mendoj
a do t’mesoj a do t’kendoj
nuk kryhet shkolla me muzike
fjali e thjeshte ne fund me pike
dy pike te tjera me mungojne
s’mund t’vendos e ditet shkojn

Me thoni shoku profesor
a kryhet fakulteti me zor
mos duhet me teper te mesoj
apo ndoshta profesionin ta ndrroj

Ne fakultete nuk jam fare
Duhet gjetur tjeter care
Nga muzika s’mund t’jetoj
As per cigare s’mund t’fitoj
Prindet me thone nxeja karrigen
Te gjitha librave ua kam friken
RRugdalje tjeter tani skam
Me duhet t’jem ai qe s’jam

Signor/compagno professore
In mano tengo il mio indice
Si vede che sono rimasto senza sottoscrizione
E’ venuto il tempo di pensare
Se studiare oppur cantare

La scuola non si finisce con la musica
frase semplice col punto in fondo
Altri due punti mi rimangono
Non posso decidere e i giorni passano

Ditemi signor professore
Si finisce la facoltà a malavoglia?
Forse di più devo studiare
O magari la mia professione cambiare (rit.)

In facoltà non ci sono mai
Bisogna trovare qualcos’altro
Di musica non posso vivere
Nemmeno per le sigarette guadagnare
I genitori mi dicono che scaldo la sedia
Di tutti i libri ho paura
Via d’uscita ora non ho
Devo essere chi non sono.

Download: (click col destro e “salva destinazione…”) 403 - Shoku Profesor
Ditemi quant’è bella.

Questa in pochi la capiranno. Il massimo sarebbe essere appassionati di Gaber ed iscritti al corso di Scienze della Comunicazione a Padova. Ma eccola qui.

No… no, non è vero, io dei numeri del Loggione non ho niente da rimproverarmi… non mi sembra di aver detto delle cose gravi.
La mia vita? Una vita normale: rubo, picchio i bambini… Non ho ancora ammazzato nessuno, figuriamoci… qualche bestemmia, ma è normale… no?
Lavoro, frequento poco, ma pago le tasse d‘iscrizione… non mi sembra di avere delle colpe. Non ho dato nemmeno l’esame della Sorba, per dire…
Ah… voi parlavate di prima? Ma prima mi sono comportato come tutti…
Cosa portavo con me? Sì, macchina digitale, il lettore mp3, il cellulare… Perché, non va bene? È comodo.
Cosa cantavo? Questa poi. Volete sapere cosa cantavo? Ma sì certo, anche intercalari popolari, sì… bestemmie.
Devo parlar più forte? Sì! BESTEMMIE! Sì: Dio l’ho bestemmiato, e anche la Madonna… però in coro, eh!
Sì, quello sì, lo ammetto, ho visto anch’io Germano Mosconi.
Come, se in camera ho delle foto? Che discorsi… certo, Audrey Hepburn, Shirley MacLane… Certo, poster? Non mi pare… forse uno, non a colori però, in bianco e nero: Orson Welles.
No, quello No. Io il clero non l’ho mai insultato. Mai… beh, una volta, ma… i cardinali. Giusto un paio.

Come, se ero comunicatore? Mi piacciono le domande dirette. Volete sapere se ero comunicatore? No no, finalmente. E giusto chiarirle queste cose, una volta per tutte. Oh! Se ero comunicatore…
Mah… in che senso? No, voglio dire…
Qualcuno era comunicatore perché era nato a Padova…
Qualcuno era comunicatore perché il compagno di classe, il cugino, il vicino di casa… la morosa no!
Qualcuno era comunicatore perché vedeva Italia 1 come una promessa, Canale 5 come una poesia, la comunicazione come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunicatore perché il suo blog non lo commentava nessuno.
Qualcuno era comunicatore perché aveva avuto un’educazione senza internet.
Qualcuno era comunicatore perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunicatore perché la storia è un esame da soli 6 crediti.
Qualcuno era comunicatore perché gliel’avevano detto…
Qualcuno era comunicatore perché non gli avevano detto di Cortelazzo…
Qualcuno era comunicatore perché prima aveva fatto il liceo classico.
Qualcuno era comunicatore perché aveva capito che con gli esami poteva andare piano ma lontano.
Qualcuno era comunicatore perché Allievi era un bravo professore.
Qualcuno era comunicatore perché era bravo a studiare, ma non gli andava proprio di impegnarsi.
Qualcuno era comunicatore perché beveva lo spritz e vomitava ai mercoledì padovani.
Qualcuno era comunicatore perché era così idiota che aveva bisogno di qualcuno che lo facesse sentire a casa.
Qualcuno era comunicatore perché era talmente affascinato dai disoccupati che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunicatore perché non ne poteva più di fare il disoccupato.
Qualcuno era comunicatore perché gli esami, la laurea, il lavoro… facile no?
Qualcuno era comunicatore perché il contratto a tempo indeterminato, oggi no… domani forse, ma dopodomani… sicuramente!
Qualcuno era comunicatore perché: viva Hitchcock, viva Spielberg, viva Quentin Tarantino!
Qualcuno era comunicatore per fare rabbia ai suoi professori delle superiori.
Qualcuno era comunicatore perché guardava sempre la7.
Qualcuno era comunicatore per moda, qualcuno per la figa, qualcuno per il cazzo, sì…
Qualcuno era comunicatore perché voleva fare il curriculum in Comunicazione pubblica e fare l’impiegato statale.
Qualcuno era comunicatore perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunicatore perché aveva scambiato SdC per un corso serio.
Qualcuno era comunicatore perché era convinto di avere dietro di sé il papà che gli parava il culo in ogni caso.
Qualcuno era comunicatore perché era più comunicatore degli altri.
Qualcuno era comunicatore perché c’era il grande corso in SdC della facoltà di Lettere a Padova.
Qualcuno era comunicatore nonostante ci fosse il grande corso in SdC della facoltà di Lettere a Padova.
Qualcuno era comunicatore perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunicatore perché abbiamo il peggior corso di Discipline d’Arte Musica e Spettacolo d’Europa!
Qualcuno era comunicatore perché la televisione peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunicatore perché non ne poteva più di 40 anni di giornalismo viscido e ruffiano.
Qualcuno era comunicatore perché Daniele Luttazzi, Biagi, Michele Santoro, la Guzzanti ecc, ecc, ecc…
Qualcuno era comunicatore perché chi era coglione era comunicatore.
Qualcuno era comunicatore perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare informazione…
Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunicatore e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunicatore perché sognava una televisione diversa da quella americana.
Qualcuno era comunicatore perché pensava di poter comunicare liberamente, solo se potevano farlo anche gli altri.

Qualcuno era comunicatore perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo.
Perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di un’aula diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare gli orari, di cambiare la vita..
Qualcuno era comunicatore perché con accanto questa voglia uno era come più di se stesso, era come due persone in una.
Da una parte la personale fatica di non addormentarsi a seguire i corsi in aula A… dall’altra il senso di appartenenza ad un gruppo che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente SdC.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano superato il test di ammissione, senza essere capaci di far un cazzo, come dei paraculo.

E ora? Anche ora ci si sente come divisi in due gruppi: da una parte i pirla che prendono sempre trenta agli esami, imparando tutto a memoria, come dei pappagalli ipotetici, e dall’altra i gabbiani, senza più neanche l’intenzione di laurearsi, perché ormai erano andati fuori corso.
Due miserie in un corso solo.

Daniele Luttazzi ha annullato l’alteprima dello spettacolo Sesso con Luttazzi che si doveva tenere il 16 gennaio a Conegliano in provincia di Treviso. Avrà avuto paura della meningite.

Le faccio: “Bello Moby Dick, eh?”
Mi risponde: “Il film o il libro?”
Le replico: “Perché, ne hanno fatto anche un libro?”

Se ne va contrariata. Ma cazzo, beccarmi la citazione no, eh?

Stavo facendo casino con i miei amici, ridendo, scherzando… con lo stereo a palla a ballare sopra i tavoli. E fin qui niente di strano. Poi è arrivata la bibliotecaria, un’arzilla vecchietta di 62 anni che ancora si ostina a non andare in pensione.

Noi spegnemmo la musica per sentire cosa dicesse. E questa ha preso, si è avvicinata a me e mi ha detto guardandomi negli occhi: “giovanotto, vada a farsi fottere”. Io allora guardai gli altri sbigottito. Quindi chiesi alla signora: “come prego?”. E lei mi rispose: “volevo dire: vada a farselo mettere da un negro di merda invece di stare qui a rompere i coglioni”.

Yeah, era tornata di nuovo la bibliotecaria che conoscevamo. Il timore che si fosse rammollita ci sfiorò solo per pochi secondi, ma è tutta acqua passata. Prendemmo le nostre cose e uscimmo fuori a far baldoria, nella città che dorme sempre, non prima di averla salutata con un abbraccio.

5 Gen

Il non fare.

La pentola sul fuoco bolliva già da un po’, ma la mente era corrotta dallo sguardo della tipa appesa al muro. Più che sguardo, in un calendario è importante che si notino le tette, enormi e capezzolose. E questa moretta, di grazia, era proprio come un sogno erotico. Ad onor del vero, va precisato, ch’io non m’ero distratto dalle sue forme che sapevano di già visto da circa venti giorni. E’ stata proprio la data di quella mattina a tradirmi, o meglio, quello che c’era scritto di fianco: “Ricordati”. Eh, ma ricordarmi… cosa? Ed ero lì, da cinque minuti buoni ad interrogarmi sul perché avessi scritto chissà quando quella parola così enigmatica che, non v’è dubbio alcuno, doveva servire a rimembrarmi sicuramente qualcosa, magari anche d’importante, ma non riuscivo ad afferrare in pieno di cosa si trattasse. Dunque aspettavo quasi immobile, in piedi, ponderando, in attesa di un fantomatico postino il quale rompendo le palle per due volte di fila suonava il citofono con in mano una raccomandata da firmare dal magico contenuto che mi avrebbe finalmente svelato il mistero. Finchè l’ acqua, come impazzita, prese a spandersi sui fornelli che avevo appena pulito in una escalation di vapore e bestemmie. Con quello che ne rimase, dell’acqua intendo, perché le bestemmie volarono subito dal diretto interessato, senza nemmeno bisogno del postino, che immaginavo impegnato a consegnare raccomandate alla gente smemorata… con quello che rimase, dicevo, immersi un misero filtro di thé indiano e aggiungendo zucchero, (e ad ogni cucchiaio ripetevo a me stesso che va pronunciato con la esse, non con la zeta come fanno molti che non hanno mai preso corsi di dizione; che poi, neanch’io li ho mai presi, questi corsi) continuai a volgere lo sguardo al calendario. Con accuratezza, avvicinandomi, ispezionai la calligrafia; che poi, si direbbe grafia, perché calligrafia significa qualcosa come “bella grafia”, ma la mia era proprio bella, come tutti mi facevano notare ogni qualvolta che scrivevo qualcosa pubblicamente. Era proprio bella, ed era la mia. Ma non era la mia perché era bella, ma perché era la mia, e questo ne conseguiva che fosse anche gradevolissima alla vista.
Proprio non riuscivo a spiegarmi: Dentista? Ma non ci vado quasi mai, sono a posto i miei denti. Oculista? E chi l’ha mai visto. Psicologo? Oddio, se fossi ricco, magari.
Insomma, gira e rigira, il thé era bello che finito: e per forza, metà l’aveva bevuto la mia spugna, e senza darmi il tempo di mettere un filtro anche per lei. Che poi so che l’indiano le piace molto. Se ne prende sempre una mezza tazzina con me, nei momenti di sbadataggine. Quella giornata però non mi dava tregua. Stavo seduto a tentare di ricordare cosa avrei duvuto ricordarmi quel giorno.
Ad un tratto arriva lei. Non pensiate che nei racconti della gente debba per forza esserci una donna, questa “lei” era la mia vicina di casa. Non è una donna, è una vicina di casa. Il suo status sociale cambia a seconda della percentuale di spezie che ti chiede in prestito, e dalle numerose interazioni che ho avuto con costei da quando abita sotto di me, non è mai stata una donna. Nemmeno quella volta che mi chiese solamente un poco di sale per insaporire l’insalata.

Continua…

Beccatevi questa, poesia dei nostri tempi.

Le mi disse: “Mi hai fatto innamorare!”
Io, visibilmente contento replicai: “Dici davvero? Ma è fantastico”.
E lei: “Sì, ricordi quando mi hai presentato il tuo amico Giulio? Ora stiamo insieme”.

Notizia Ansa: A Napoli è esplosa una fabbrica di botti di capodanno clandestini. Immediato il commento di Bossi: “Ben gli sta, così imparano a non tornarsene a casa loro”.

dippiù?
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