La pentola sul fuoco bolliva già da un po’, ma la mente era corrotta dallo sguardo della tipa appesa al muro. Più che sguardo, in un calendario è importante che si notino le tette, enormi e capezzolose. E questa moretta, di grazia, era proprio come un sogno erotico. Ad onor del vero, va precisato, ch’io non m’ero distratto dalle sue forme che sapevano di già visto da circa venti giorni. E’ stata proprio la data di quella mattina a tradirmi, o meglio, quello che c’era scritto di fianco: “Ricordati”. Eh, ma ricordarmi… cosa? Ed ero lì, da cinque minuti buoni ad interrogarmi sul perché avessi scritto chissà quando quella parola così enigmatica che, non v’è dubbio alcuno, doveva servire a rimembrarmi sicuramente qualcosa, magari anche d’importante, ma non riuscivo ad afferrare in pieno di cosa si trattasse. Dunque aspettavo quasi immobile, in piedi, ponderando, in attesa di un fantomatico postino il quale rompendo le palle per due volte di fila suonava il citofono con in mano una raccomandata da firmare dal magico contenuto che mi avrebbe finalmente svelato il mistero. Finchè l’ acqua, come impazzita, prese a spandersi sui fornelli che avevo appena pulito in una escalation di vapore e bestemmie. Con quello che ne rimase, dell’acqua intendo, perché le bestemmie volarono subito dal diretto interessato, senza nemmeno bisogno del postino, che immaginavo impegnato a consegnare raccomandate alla gente smemorata… con quello che rimase, dicevo, immersi un misero filtro di thé indiano e aggiungendo zucchero, (e ad ogni cucchiaio ripetevo a me stesso che va pronunciato con la esse, non con la zeta come fanno molti che non hanno mai preso corsi di dizione; che poi, neanch’io li ho mai presi, questi corsi) continuai a volgere lo sguardo al calendario. Con accuratezza, avvicinandomi, ispezionai la calligrafia; che poi, si direbbe grafia, perché calligrafia significa qualcosa come “bella grafia”, ma la mia era proprio bella, come tutti mi facevano notare ogni qualvolta che scrivevo qualcosa pubblicamente. Era proprio bella, ed era la mia. Ma non era la mia perché era bella, ma perché era la mia, e questo ne conseguiva che fosse anche gradevolissima alla vista.
Proprio non riuscivo a spiegarmi: Dentista? Ma non ci vado quasi mai, sono a posto i miei denti. Oculista? E chi l’ha mai visto. Psicologo? Oddio, se fossi ricco, magari.
Insomma, gira e rigira, il thé era bello che finito: e per forza, metà l’aveva bevuto la mia spugna, e senza darmi il tempo di mettere un filtro anche per lei. Che poi so che l’indiano le piace molto. Se ne prende sempre una mezza tazzina con me, nei momenti di sbadataggine. Quella giornata però non mi dava tregua. Stavo seduto a tentare di ricordare cosa avrei duvuto ricordarmi quel giorno.
Ad un tratto arriva lei. Non pensiate che nei racconti della gente debba per forza esserci una donna, questa “lei” era la mia vicina di casa. Non è una donna, è una vicina di casa. Il suo status sociale cambia a seconda della percentuale di spezie che ti chiede in prestito, e dalle numerose interazioni che ho avuto con costei da quando abita sotto di me, non è mai stata una donna. Nemmeno quella volta che mi chiese solamente un poco di sale per insaporire l’insalata.
Continua…
Nessun post simile.
Commenti
Nessun commento per “Il non fare.”
Commenta