Esempio di manipolazione di un’intervista.
Ecco l’articolo del Gazettino di sabato scorso, dopo la manifestazione a Vicenza, alla quale ovviamente anche il sottoscritto ha partecipato, contro la costruzione della nuova base americana al Dal Molin. Sono stato intervistato da una giovane giornalista che aveva studiato alla facoltà di Lettere a Padova. Ed ecco puntuale l’articolo del giorno dopo, e mi dedicano addirittura il titolo. Uao.
Studenti in fila, ma qualcuno si lamenta
«Troppo pochi, c’è chi se ne frega»
Di nuovo in piazza, con la stessa convinzione, anche se i numeri non erano quelli attesi e le bandiere stampate hanno spesso sostituito gli striscioni creativi fatti in casa. Uno dei fronti della mobilitazione che ha chiuso la tre giorni di protesta contro la base americana, ha coinvolto gli studenti delle superiori, tra i quali si è “infiltrato” anche qualche universitario e degli adulti. Erano circa cinquecento i giovani che si sono messi in marcia alla volta dell’aeroporto per supportare la nascita del “nuovo parco pubblico comunale”.
La manifestazione andata in scena ieri ha coinciso con il primo sabato dall’inizio della scuola, giorno in cui - a detta di molti - gli studenti sono difficilmente “governabili”: possibile dunque che di fronte alle alternative di partecipare alla protesta o di presentarsi sui banchi, non pochi abbiano scelto di restare direttamente a casa. «Ma - avverte Alvise Ferronato dei Giovani Comunisti - il movimento contro il Dal Molin non si è depotenziato. È corsa voce che questa fosse una manifestazione fatta per “bruciare”, ma non è così. Coloro che vi hanno partecipato sono tutti convinti delle loro idee. Anzi, in questa città e in noi studenti qualcosa si è svegliato da quando esiste il problema Dal Molin».
Gli studenti si sono dati appuntamento davanti al piazzale della stazione già prima delle previste 9.30. A dare man forte ai vicentini sono arrivate anche decine di giovani da Padova, Venezia e Milano. Alcuni padovani si sono resi protagonisti di un momento di attrito con il personale di Trenitalia: il treno delle 8.27 da Padova è rimasto bloccato nella città del Santo per alcuni minuti, perchè i manifestanti reclamavano un biglietto agevolato. Poco “colorato”, invece, il corredo coreografico del corteo studentesco, fatta eccezione per qualche tamburo, alcune bandiere e pochi striscioni, tutti privi di sigle, perchè «quella del Dal Molin è una questione di interesse traversale».
«Sono trascorsi quasi sette mesi dall’ultima grande mobilitazione e da allora - spiega Michele Carollo dell’Unione degli studenti di Vicenza - c’è più rabbia in noi, perchè non ci hanno ascoltati». Sulla stessa lunghezza d’onda è Giacomo Trevisan del Coordinamento studentesco, che fa anche notare: «Siamo riusciti a portare gente nuova, tanti studenti di prima superiore».
Motivazioni a parte, anche i numeri hanno il loro peso, come fa notare il vicentino Mateo Cili: «Mi aspettavo molti più ragazzi, tra i giovani c’è molto menefreghismo». Mischiata agli studenti c’era anche Maria Teresa di Vicenza, una mamma che ha accompagnato i figli, Alessandro 10 anni e Fabio 17: «Per loro è una gran bella esperienza, considerando che il clima della protesta è sempre stato pacifico». Come pacifico è stato l’arrivo a destinazione, dove gli studenti, da oltre la recinzione, hanno applaudito l’operazione di giardinaggio che ha visto i rappresentanti dei comitati No Dal Molin piantare decine di alberi.
Laura Pilastro
Il bello però è che quella frase io non ricordo di averla detta così, anzi. Avevo detto qualcosa come: “Mi aspettavo più persone ma evidentemente i giovanissimi delle scuole superiori non hanno ancora capito l’importanza di queste manifestazioni e le conseguenze che avrebbe la costruzione della nuova base a Vicenza.” E avevo anche parlato a lungo di altre cose importanti, dato che mi ha rivolto molte domande. Comunque sia, invece di scrivere la seconda parte della mia frase, hanno scritto la prima. E hanno dato una linea stranissima all’articolo. Invece di parlare di più della bellissima iniziativa simbolica di piantare 150 (centocinquanta, non “decine”, il numero era chiaro e gliel’ho anche detto) alberi per esprimere la volontà di trasformare quella terra in un parco verde, hanno insistito solo sui numeri, asserendo che eravamo “circa cinquecento”.
Questo è un esempio, per chi vuol fare il giornalista, da seguire alla lettera. Manipolate tutto quello che vi viene detto, così da plasmarle l’argomento dell’articolo a vostro piacimento. Solo così l’Italia riuscirà ad arrivare a livello del Turkmenistan come libertà di stampa.
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4 Commenti »
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Pubblicato il 01 10 2007 alle 22:09 | Numero: 1
Buonasera Mateo,
Qualche giorno fa ero immersa nei labirinti della rete e mi è capitato di visitare il sito de Il Loggione, dove ho trovato un intervento a tua firma a proposito del mio articolo sulla manifestazione del 15 settembre.
Mi hanno colto di sorpresa i toni e i contenuti del post, là dove descrivi il mio pezzo come “esempio di manipolazione di un’intervista”, soprattutto quando sarcasticamente lo citi a modello da seguire alla lettera per chi vuol fare il giornalista.
Da qui la necessità di rispondere, cercando di spiegarti ciò che forse tu, nella foga di ravvisare con occhio esageratamente critico qualcosa di incongruente o di poco rispondente al vero, hai trascurato.
Non ho capito se hai velleità da giornalista e se stai studiando per lavorare in questo campo. Come ben saprai, comunque, l’informazione deve viaggiare sul binario della sintesi, visto che i problemi di spazio sono sempre in agguato. La frase che ti ho attribuito l’avevo appuntata sul mio taccuino (sono andata a rileggermi quel foglio). Ho tralasciato il resto - è vero - ma anche se l’avessi aggiunto non avrebbe cambiato il senso della battuta (ti aspettavi più persone e hai fatto osservazioni critiche sul menefreghismo di alcuni). Un cronista DEVE tagliare e io l’ho fatto perchè sciorinare il “Mateo Cili pensiero” non era il mio obiettivo e perchè volevo dare spazio anche ad altre significative opinioni che avevo raccolto. A titolare gli articoli, inoltre, non sono coloro che li firmano.
Come avrai visto leggendo il giornale per cui scrivo, quella mattina c’era una piccola task force di giornalisti sul campo. Ognuno aveva uno specifico fronte da seguire e monitorare. Io avevo quello degli studenti. Il mio compito era descrivere il corteo, capire se e come era cambiato l’atteggiamento dei giovani nei confronti di questa battaglia che prosegue da tempo. Dunque, davvero non capisco perchè parli di “linea stranissima”: se tutti avessero scritto degli alberelli (era una manifestazione simbolica, non credo sia importante stare a puntualizzare sul numero esatto dei pini e comunque quei 150 presuppongono le “decine”) avresti letto tanti articoli tutti uguali. Era necessario dare respiro all’evento, guardarlo da più angolazioni. Anche questo significa fare informazione.
Un’ultima importante questione: le tue osservazioni mi sembrano frutto di un atteggiamento prevenuto. A tal punto che non hai capito come la causa dei comitati contro il raddoppio della base Usa al Dal Molin stia a cuore anche a me. Concedimi, quindi, la battuta: stando così le cose, non poteva capitarti di meglio…
Ogni critica se costruttiva è bene accetta, ma davvero ritengo non ci siano ragioni molto fondate per mettere questo articolo nel pentolone di quelli che fanno precipitare la liberta di stampa in Italia ai livelli del Turkmenistan. Il solo pensiero mi fa sorridere. In giro, forse, ci sono esempi molto più “autorevoli”.
Laura Pilastro
Pubblicato il 04 10 2007 alle 12:08 | Numero: 2
Ho risposto nella mail che ti ho mandato, spero ti sia giunta. Se cortesemente me la rimandi indietro dato che mi sono scordato di salvarla, la pubblico pure qui.
Pubblicato il 08 10 2007 alle 01:04 | Numero: 3
L’email non mi è arrivata, purtroppo.
Pubblicato il 08 10 2007 alle 15:00 | Numero: 4
Cara Laura,
mi dispiace non ti sia arrivata la mail ma credo che Libero abbia fatto uno dei suoi soliti pasticci. Te la riassumo quindi brevemente in quest’altra, anche se non è ovviamente la stessa cosa.
Innanzittutto inizio col dire che l’articolo sul blog è stato fatto in maniera ironica e sarcastica, da una persona rassegnata all’andazzo del giornalismo italiano. So bene come funziona la scrittura di un articolo e quante sono le mani che interferiscono, specie quando si tratta delle nuove leve, ecco perché quando mi riferisco al pezzo da “te” scritto uso il plurale. So che un giornalista non è “libero”, vuoi per esigenze di spazio e sintesi come dicevi giustamente tu, vuoi per interventi di correzione bozze da parte di altri, vuoi per linee editoriali fasciste. Questi i motivi per cui il giornalismo non farà per me: vorrei esprimere il mio pensiero tale e quale il mio cervello l’ha prodotto, dall’inizio alla fine senza che nessuno possa metterci mano perché non sarebbe più una cosa mia, ma diventerebbe altro.
Per le interviste poi, credo che un giornalista debba avere una buona dose di empatia, per riuscire a comprendere il succo del discorso dell’intervistato senza mettergli in bocca parole da lui non dette o esagerare asserzioni da lui pronunciate con tono normale. Qui c’è il rischio maggiore, nell’interpretare. E se si tratta di dover interpretare, secondo me, fare una domanda in più è meglio che farne una in meno.
Riguardo i contenuti dell’articolo in sè, devo dirti che io sono un grande amante della natura e degli alberi e un po’ mi dispiace quando ne vengono tagliati così tanti per scrivere notizie che la gente conosce già: mi riferisco all’assenteismo agli scioperi. Asserire che c’è chi se ne frega quando si tratta di una manifestazione studentesca è come scoprire l’acqua calda, a parer mio. E la gente - da lettore attento te lo posso confermare - vuole cose nuove, non il solito brodo.
E siccome il bicchiere si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto non vedo perché propendere così chiaramente verso la seconda opzione.
Passo quindi al titolo dell’articolo. Essendo anche amante del buon cinema, ritengo i titoli (siano essi di poesie, racconti, lungometraggi ecc), parte integrante dell’opera stessa, il pilastro sul quale si basa l’intero prosieguo della storia. (Un esempio a caso: “The eternal sunshine of the spotless mind” diventa “Se mi lasci ti cancello…”. Chi è l’inetto che ha fatto una cosa simile?)
Cambiarlo vuol dire snaturare tutto il resto dell’opera, dando ad essa un taglio diverso da quello originariamente pensato. E come sappiamo bene, nei giornali, specie per la gente di oggi che va sempre di corsa, leggere il titolo è già come leggere l’intero articolo, e in ogni caso ciò pregiudica il resto.
Non ultimo il fatto delle “decine” di alberi. Decine e centocinquanta, se mi permetti, hanno un impatto decisamente diverso.
Dunque, siccome alla mia città ci tengo, vorrei che tutta questa disinformazione non ci fosse, e se devo partire dal basso per far vedere (come se poi ce ne fosse bisogno) la grande opera mediatica che sta premendo sul comitato del No, lo faccio senza problemi dato che il blog permette una scrittura senza nessuno che ci metta mano, un po’ come piace a me.
Per qualsiasi altro chiarimento sono a completa disposizione.
Cordiali saluti
Mateo Cili