Il momento dei racconti.

L’ho scritto un anno e mezzo fa, e lo ripropongo, poiché mi aggrada assai.

Titolo: Un trentuno com’è giusto che sia.
Autore: Mateo Cili

Mancavano una manciata di gradi a quelle maledette lancette per sovrapporsi, ed io ero in cerca di qualcosa che riempisse il vuoto di quella notte.
Fin da piccolo è stata sempre tradizione passare il capodanno a casa, a fare una grande cena a base di piatti tipici. Ma ormai sono anni che non ci riuniamo tutti insieme; il tempo passa, e le persone crescono, la famiglia si divide per crearne altre. Così vanno le cose, non posso biasimare nessuno. Solo il più piccolo resta sempre ancorato alle tradizioni più a lungo degli altri. Me lo dicevano sempre: “Meglio merda, che piccolo”. Ma la natura ha scelto così, e va bene.

Dopo molto vagabondare, un’insegna nella notte mi ricorda che la nostra casa non deve per forza essere raffigurata come nell’immaginario collettivo, per cui spingo ed entro.

“J., fammi qualcosa di pesante, ho voglia di bere stasera”, dissi dopo essermi sistemato nelle scomode sedie sul bancone, ed aver salutato con un movimento stanco degli occhi il mio fidato consigliere. Poca gente, lì dentro, è solo per persone in gamba, dopo tutto.

“Ti pensavo in casa a dormire, caro. Strano averti qui. Ti faccio un Angelo azzurro, spero lo gradirai”.
“Non credo negli angeli; ma credo in te, J. La verità è che non riuscivo a dormire, con quel casino che facevano quei cazzo di petardi. L’inconveniente di avere vicini di casa ancora lattanti.
Ma tu, perchè sei ancora qui? Non vai a festeggiare con la famiglia questo cazzo di nuovo anno?”

“Io ci credo, negli angeli, ragazzo, per quello sto ancora qui” - disse guardando verso il tavolo all’angolo del locale.
Mi girai d’istinto. Quando J. fissa gli occhi in quel modo può significare solamente due cose: o sta per iniziare una rissa perchè Julius è arrivato ubriaco da chissàddove, oppure c’è una donzella dalle parvenze paradisiache che ostenta la sua naturale bellezza tra i tavoli intrinsi di malto. La faccia da schiaffi di quell’ubriacone non si vedeva ancora, stranamente; in compenso c’erano delle mani che si muovevano a ritmo del chillout soffuso che J. ed io amavamo tanto. Era d’un biondo anonimo; il suo forte erano gli occhi ed il sorriso. Ammaliava, pure senza ali.

Avrei voluto stringere quell’angelo tra le mani, ma mi accontentai solo del bicchiere, e mandai giù un sorso amaro.

“Cazzo, Jeremy, t’è caduta la bottiglia di gin dentro? E poi ci va il cointreau, e non lo sento per il cazzo.” Non ho mai visto J. sbagliare i dosaggi d’un cocktail, temevo fosse sotto l’effetto di qualche sostanza.
“A volte se non ci fossi tu a ricordarmi per cosa sta quella J, credo mi scorderei il mio nome intero, Dan”. disse riponendo le bottiglie sullo scaffale.
“E’ a questo che servono gli amici, J. Comunque non mi hai risposto. Che razza di Angelo azzurro è questo?”
J. che si fida più del suo gusto che della sua memoria, prese e mandò giù un filo di quel cocktail mutante. Poi gli occhi si illuminarono.
“Ho capito, porca merda. Ho capito tutto” - disse subito dopo - “Quel coglione di Julius mi ha fottuto. Ha svuotato la bottiglia di cointreau riempiendola di gin dall’altra: ecco perchè manca; se lo sarà bevuto tutto di nascosto.
Nemmeno il tempo di spiegarmi il modo in cui lo avrebbe sbudellato con un pezzo di bicchiere rotto, e il campanellino sulla porta decretò l’entrata di Mister testa di cazzo.

“Ciao, amici miei!”

Julius, sporco immigrato dell’est. Trentun’anni buttati al vento, di cui venti annegati nell’alcool. L’irriducibile, il vero. Un rompicoglioni come lui te lo scrolli di dosso solo se cammini sul suo cadavere o nel caso vada in coma etilico. Giacca e cravatta, oggi, ma la solita espressione da idiota.
Barcollava, con in mano un contenitore di plastica bianco. Lo avvicinò alla bocca per prendere un sorso, poi continuò ad avvicinarsi.
“Julius, brutto figlio di puttana. Che cazzo ne hai fatto del mio Cointreau?” - gli gridò J. senza tanti complimenti.
“Calmati, calmati J. L’ho preso in prestito, poi dopo te lo ripago, stai tranquillo” - balbettò lui sistemandosi la cravatta.
“Ehi, Julius, ma cosa ci fai con il contenitore del detergente per i pavimenti? Non mi dire che ci hai lasciato dentro ancora il Cif prima di riempirlo” - gli dissi sorridendo sotto i baffi.
“Oh, ma ciao, caro Dan!” - sorrise con i denti marci - “Eheh, purtroppo non ho avuto il tempo di sciacquarlo…”

Una risata all’unisono colpì me e J., mentre Julius continuava a mostrarci la sua bellissima carie.
Improvvisamente una ventata fredda arrivò dalla porta, era appena entrato un tipo losco, e con lui i mille decibel della sua voce del cazzo che sbraitava qualcosa contro il nostro angelo. In un attimo le strinse il braccio continuando a gridare cose in una lingua incomprensibile. Non era serbo, nè albanese, o greco.

“Julius, te che sei un Rumeno del cazzo, sai cosa sta dicendo quel coglione?” - gli dissi.
“Beh, Dan… rumeno è rumeno, eh” - rispose lui tentando di concentrarsi - “però non sono sicuro; o le sta dicendo ‘Troia, perchè cazzo non sei al lavoro stanotte? Per te la festa non esiste, brutta figlia di puttana. Io ti ammazzo i fratelli.’, oppure le sta chiedendo indicazioni per raggiungere il centro della città perchè la sua macchina l’ha lasciato a piedi. Sai, sono un po’ ubriaco quest’oggi, non capisco bene…”

“Cazzo, J., dobbiamo aiutare quel pover’uomo, andiamo a vedere cos’ha la sua vettura” - dissi scagliandomi contro con la bottiglia del gin.
J. mi raggiunse dopo un salto del bancone, mentre Julius nella confusione ne approfittava per arraffare la vodka.

Dopo un po’ il rumore divenne assordante, e capimmo che il Trentun Dicembre si era concluso, ed allora alzammo i calici al cielo. Attorno al tavolo c’eravamo io, Jeremy, Julius ed il nostro angelo: Adriana Rumescu di ventuno anni nata e cresciuta a Brasov. Lei rideva ad ogni cosa che Julius nella sua lingua del cazzo le diceva, e quando chiedevamo di tradurre anche a noi loro facevano i sorrisini dicendo “Nimic, nimic!” Bastardi. Che cazzo vuol dire Nimic?
E’ questa, la vera famiglia.

Fuori c’era una macchina con il cofano sporco di sangue, ed uno stronzo poco distante.
Tutto questo, al primo, gennaio, 2006.


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